Storia di chi fugge e di chi resta

    MEDIO
    due regazze

    Storia di chi fugge e di chi resta
    (E. Ferrante, Edizioni E/O 2013)

    Ho visto Lila per l’ultima volta cinque anni fa, nell’inverno del 2005. Stavamo passeggiando di buon mattino lungo lo stradone e,  come ormai da anni, non riuscivamo a sentirci a nostro agio. Parlavo solo io, mi ricordo: lei canterellarevor sich hin singencanterellava, salutava gente che nemmenonicht einmalnemmeno rispondeva, le rare volte che mi interrompeva pronunciava solo la frase esclamativaAusrufesatzfrasi esclamative, senza un il nessoZusammenhang, Verbindungnesso evidente con ciò che dicevo.

    Erano successe negli anni troppe cose brutte, alcune orribili, e per ritrovare la via della la confidenzaVertrautheitconfidenza avremmo dovuto dirci pensieri segreti, ma io non avevo la forza di trovare le parole e lei, che forse la forza ce l’aveva, non ne aveva voglia, non ne vedeva l’utilità.

    Le volevo comunque molto bene e quando venivo a Napoli cercavo sempre di incontrarla, anche se, devo dire, ne avevo un po’ paura. Era cambiata molto. Su entrambe la la vecchiaiaAltervecchiaia aveva avuto la meglio, ormai, ma mentre io combattevo contro la tendenza a prendere perozunehmenprendere peso, lei era stabilmente pelle e ossa.

    Aveva capelli corti che tagliava da sola, bianchissimi non per scelta ma per la trascuratezzaNachlässigkeittrascuratezza. Il viso, molto segnato, rimandarehier: erinnernrimandava sempre più a quello di suo padre. Rideva per il nervoso, quasi uno stridio, e parlava a voce troppo alta. Gesticolava di continuo, dando al gesto una tale ferocewildferoce determinazione che pareva voler tagliare in due le palazzine, la strada, i passanti, me.

     

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